di Molière
regia Andrée Ruth Shammah
interpreti Gioele Dix e con Anna Della Rosa, Marco Balbi, Valentina Bartolo, Francesco Brandi, Piero Domenicaccio, Linda Gennari, Pietro Micci, Alessandro Quattro, Francesco Sferrazza Papa
produzione Teatro Franco Parenti

 

 

Argante passa la vita in un inferno di medicine, controlli, consulti, vagando mestamente in casa, dalla poltrona al letto. L’ipocondria è un incubo, ma a essere malato forse è il mondo. Un grande Gioele Dix nei panni del Malato immaginario di Molière.

 

 

Ha una lunga e bella storia questo Malato immaginario che la regista Andrée Ruth Shammah ha voluto riprendere, a distanza di anni. Il primo, fortunato allestimento che vedeva come protagonista l’indimenticabile Franco Parenti, risale al 1980, e un giovane Gioele Dix vi interpretava il ruolo di Cleante. Oggi l’attore – giunto alla maturità creativa – veste agilmente i panni di Argante, il malato del titolo.
Commedia nera di Molière, come è noto ultima tra le sue interpretazioni, Il malato immaginario del 1673 era per un critico come Cesare Garboli una “farsa” in cui «la polemica molièriana contro i politici, che era stata inaugurata e censurata nel Tartuffe, cambia bersaglio, e si fissa per l’ultima volta, ossessivamente, per estensione e analogia, contro il potere dei medici». Ma, al di là dell’intreccio – felicissimo come in tutte le commedie di Molière – quel che preme sottolineare qui è la qualità della scrittura, la pulizia del testo che la regia di Shammah porta accuratamente alla luce. E Gioele Dix confeziona il suo Argante svelando l’universalità delle fobie e delle presunte malattie: non semplicemente un ipocondriaco, ma un uomo alla prese con la paura più grande e assoluta, quella della morte, cui fa – da solare contraltare – la serva Tonina.
E chissà se, come sembra suggerire Molière, i malati non siano gli altri, tutti coloro (ossia noi) che girano attorno all’inquieto protagonista.
Come ha scritto la critica Maria Grazia Gregori, recensendo lo spettacolo: «L’Argan di Dix è una specie di Oblomov ante litteram, che spreca la sua vita fra poltrona, lettino, toilette, clisteri, salassi. Non è un personaggio nero, non sentiamo in lui la crudeltà di chi sulla propria malattia, per di più di fantasia, specula per sottomettere alla sua splenetica visione della vita chi gli sta vicino. Ci sentiamo invece, sotto la candida cuffia a pizzi, nella vestaglia bianca di cui possiamo immaginare il lezzo malgrado si vaporizzi di profumo, nelle calze bianche molli sui piedi ciabattanti, una debolezza a volte innata, l’incapacità genetica di prendere una decisione».

 

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