di Domenico Starnone
regia Armando Pugliese

con Silvio Orlando
Piergiorgio Bellocchio, Roberto Nobile, Maria Laura Rondanini, Vanessa Scalera
e con Matteo Lucchini

scene Roberto Crea
costumi Silvia Polidori
musiche Stefano Mainetti
luci Gaetano La Mela
produzione Cardellino srl

 

Il dramma di una coppia normale, la storia di una famiglia alle prese con un lento, inesorabile declino dei sentimenti. Lacci, nuova prova teatrale di uno scrittore come Domenico Starnone, è un canto amaro sulla fine dell’amore, interpretato da un magistrale Silvio Orlando.

 

Per il critico di “Repubblica” Rodolfo Di Giammarco quella che Silvio Orlando affronta in Lacci è «la prova teatrale più matura della sua carriera, il ruolo più drammatico della sua parabola a volte “seriamente comica”: il protagonista maschile di una saga familiare lunga quaranta anni che Domenico Starnone ha sviluppato nel romanzo del 2014, adattando per la scena le proprie pagine».

Lo spettacolo, diretto con sobrietà da Armando Pugliese, è la storia di una coppia, emblematica proprio perché “qualsiasi”, riconosciuta e riconoscibile nei suoi meccanismi di sistematico e spietato massacro reciproco. Un ritratto dilatato negli anni, diluito nei ricordi, nelle memorie, nelle prospettive dei due coniugi inesorabilmente condannati ad essere tali: legati da quei “lacci” che sono simbolici non solo di una cerimonia tutta familiare – da tramandare di padre in figlio – ma anche, e soprattutto, di vincoli troppo spesso soffocanti. Tra le ossessioni della donna, le difficoltà dei figli ormai maturi, con un vicino di casa che diventa inconsapevolmente testimone e spettatore della tensione interiore, la vicenda si dipana in tre capitoli, tre quadri di un polittico che si sposta nel tempo ma non nello spazio. La scena di Roberto Crea, è un interno allusivo e illusivo, segnato da una piccola-grande devastazione, da un disordine che è paradigma dello stato d’animo di tutti i personaggi.

Ma una storia scritta da un autore impegnato e attento come Domenico Starnone non può certo essere limitata a una lettura piana, semplicemente imbastita sui conflitti di coppia o sull’eterno, banale bisogno d’amore. Si avverte, in Lacci, un’aguzza metafora che chiama in causa non solo lo scontro generazionale, ma anche e soprattutto la responsabilità di padri cresciuti in un’epoca di grandi cambiamenti – che potremmo grossolanamente identificare con il post Sessantotto – incapaci di passare effettivamente il testimone a chi viene dopo: padri rivoluzionari che si vogliono eternamente giovani, eppure stretti in gabbie piccolo-borghesi da cui non riescono a prescindere. E la famiglia, questo grande mito, questo enorme ed eterno campo di battaglia, diventa allora il fulcro di tutte le contraddizioni: lo spazio in cui le parole, davvero armi, si schiantano contro l’evidenza dell’impossibilità di essere felici.

 

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