JAZZ’N’BREAKFAST

Le note delle nuvole
Dedicato a Cesare Marchini

 

di Guido Festinese
adattamento teatrale e regia
Matteo Aldo Maria Rossi
musiche dal vivo eseguite da
Stefano Riggi (sax)
Rodolfo Cervetto (batteria)
Dino Cerruti (contrabbasso)
con Matteo A. M. Rossi e la partecipazione di Livia Mondini
produzione Note in Quinta

 

Il secondo appuntamento di Jazz’n’breakast per questa stagione è uno spettacolo concerto dedicato a Cesare Marchini, musicista, compositore, arrangiatore, decano della Bansigu Big Band, pedagogo e fondatore dell’Orchestra Filarmonica di Sampierdarena.
Le note delle nuvole si sviluppa dal racconto omonimo di Guido Festinese (pubblicato nella raccolta La regale marginalità, Fusta Editore, 2017), raccontandoci attraverso parole e musica la vita e la carriera di Marchini. L’esperienza artistica e biografica del musicista scomparso nel 2013 attraversa luoghi ed epoche lontane, offrendo occasione ai musicisti Stefano Riggi al sax, Rodolfo Cervetto alla batteria e Dino Cerruti al contrabbasso di eseguire brani celeberrimi e composizioni dello stesso Marchini. La parte recitata è affidata a Matteo Aldo Maria Rossi, che ha curato l’adattamento e la regia dello spettacolo, e a Livia Mondini.

 

L’autore del testo Guido Festinese descrive così il suo incontro con Cesare Marchini:

“Una ventina d’anni fa, forse qualcosa di più, seguivo come addetto stampa le vicende della Bansigu Big Band, il grande ensemble jazzistico allora diretto da Pietro Leveratto facile da condurre, per dirla come diceva lo stesso Leveratto, “come un tir nei caruggi”. C’era un uomo architrave che non sbagliava mai, che aveva risorse di pazienza infinite, sotto una patina burbera e ironica per chi era più giovane e sbagliava, che preferiva rimanere tra le fila dei sax con le movenze asciutte e la parsimonia di movimenti che veniva da un’altra epoca. Era Cesare Marchini. Mi incuriosiva quell’uomo già d’età sempre elegante e sempre con la battuta fulminante, con occhi che sembravano aver visto molto più di quanto le sue frasi parche raccontassero. E così andò a finire che concordai con Musica Jazz la prima intervista con Marchini.

L’uomo, il formidabile pittore iper realistico, l’arrangiatore, il didatta supremo, il sassofonista contralto che, come uno specchio fraterno, restituiva nel fraseggio lucido e architettonicamente perfetto le volute dell’amico Lee Koniz. L’italiano apolide che era stato in giro per mezzo mondo, e sembrava non essersi mai mosso da qui. Cesare diventò mio amico, gradualmente. Ogni volta che pronunciava una mezza frase, saltavano fuori altri particolari da una vita che lui voleva far apparire normale e quasi dimessa, ma in realtà pulsava di fatti, di riflessioni, di lavoro brulicante e creativo, di giovani che si rivolgevano a lui come a una sorta di maestro zen del paradosso. Cesare Marchini è stato un piccolo grande tesoro dell’intelligenza del Novecento. Per questo andava ricordato”.