di Vittorio Franceschi
produzione Teatro Stabile di Genova, Emilia Romagna Teatro
regia Marco Sciaccaluga
interpreti Vittorio Franceschi, Laura Curino

 

Un magma ribollente di ricordi e deliri, un confronto con il dolore e con la follia della guerra: L’esecuzione, di e con Vittorio Franceschi è un’opera di grande intensità. Un affascinante e dirompente gioco al massacro tra due personaggi senza via d’uscita.

 

Scritto nel 2008, ma arrivato da poco sulle scene, L’esecuzione è un affondo implacabile nelle storture di un mondo futuro poi non così lontano. Un viaggio distopico che assume la forma – astratta e concretissima – di un’apocalittica resa dei conti tra un uomo imprigionato, costretto all’immobilità, legato e accecato, e la sua guardiana. Il protagonista di questa vicenda è sicuramente colpevole, è un disertore, e attende la condanna evocata dal titolo. La donna, una figura enigmatica eppure di grande empatia, lo costringe a ricordare, a ripensare la propria vita, evocando storie, suggestioni, accudendolo preziosa come una custode del tempo passato.
In uno scenario desolato e disastrato, dove tutto è ormai consunto, si staglia netta la sagoma dell’uomo sopravvissuto a se stesso: ridotto a nulla, a un’essenza stessa dell’Umano, il Disertore non perde lucidità né ironia, ma è consapevole di non aver più speranze. Come un Edipo ormai vecchio, che si aggira sperso a Colono; come un Lear cieco e impazzito e ricondotto alla mansuetudine; oppure ancora con un Ham beckettiano, questo Disertore si lascia andare a un bilancio della propria esistenza. Ha tradito non una bandiera, né una causa – ma forse si è chiamato fuori dalla battaglia della vita stessa. Ha chiuso gli occhi per non vedere più, ha detto basta alla deriva di rovine e violenze che lo circonda. Come dargli torto? Se questa è la realtà, sembra dire quest’opera, meglio disertarla.

 

Nell’asciutta e rispettosa regia di Marco Sciaccaluga, la messainscena fa vibrare al meglio il ricco testo (edito da Cue Press) scritto da Vittorio Franceschi. E la drammaturgia si svela ricca di allusioni, metafore, suggestioni poetiche, slanci lirici che si contrappuntano a squarci di dissacrante ironia. Quasi come un cupo reduce narrato dal Ruzante, l’uomo ha visto l’orrore, ha in sé l’angoscia di chi cerca – disperatamente – di trovare un’anima, o un senso, in tanto dolore.
Laura Curino e Vittorio Franceschi, dunque, sono i due sopravvissuti di un mondo in rovina. Danno corpo e voce a queste dinamiche cruente, a questo magmatico dialogo che, lentamente e sorprendentemente, si schiude a volute inattese, in cui si librano ricordi d’infanzia, nostalgie dolci e lievi che potrebbero lasciare un filo di speranza. Ma la realtà si impone: non c’è scampo, l’esecuzione arriverà.

 

 

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