Il calapranzi – Tess – L’ultimo ad andare via – Night
di Harold Pinter
produzione Teatro Stabile di Genova, Teatro Metastasio di Prato
regia Valerio Binasco
interpreti Arianna Scommegna, Nicola Pannelli, Sergio Romano

 

 

La vita in un bar, il tempo che non passa e quattro brevi testi di Harold Pinter per raccontare l’umanità.

 

«Quattro storie con un tema comune. Anzi con qualcosa di più che un tema: diciamo che tutte e quattro condividono un’atmosfera umana molto particolare, quella dei barflies, e hanno in comune un luogo, appunto un baretto notturno. Lo spettacolo è costituito da quattro momenti, dispersi nel tempo, della vita di questo luogo, sempre lo stesso, visto in tre modi diversi».

 

Così il regista Valerio Binasco introduce il suo nuovo attraversamento di quattro testi del premio Nobel Harold Pinter. Aggiunge: «È una specie di bar notturno di basso rango. Un luogo molto realistico, certo, ma grazie alla sua desolazione, anche assai metaforico: luoghi come quelli, senza troppo sforzo d’immaginazione, appartengono alla poesia urbana (italiana e universale)». Ed è in un simile bar che Binasco fa intrecciare i testi di Pinter: Il calapranzi, dialogo tra due killer, in forma di atto unico, scritto nel 1957; Tess, asciuttissimo e lirico monologo del 2000; L’ultimo ad andare via, un corto teatrale, meno frequentato sui palcoscenici italiani, scritto nel 1959 come dialogo serrato e svagato tra un barista e un venditore di giornali, e infine Night, in cui una coppia rievoca davanti a una tazza di caffé l’inizio della propria relazione. Quattro (micro)storie, ritratti di malinconici clown esistenziali che pure – come è nella cifra pinteriana – diventano emblematici di una condizione umana. Flash, istantanee di vite vissute, incontri con gente qualunque, tra fissazioni, idiosincrasie, paure, caratteri che Pinter ritrae con empatia e lucidità.

 

«In questo spettacolo – continua Valerio Binascoc’è un rispetto sacro dell’unità di luogo, ma  non ce n’è affatto per l’unità di azione e di tempo. L’incongruenza cronologica tra un atto unico e l’altro, alternati in un prima e un dopo senza un nesso evidente, suggerisce uno sguardo straniato e affettuoso sulle vicende, così come se ci trovassimo di fronte a un piccolo affresco composto di brevi racconti (se a qualcuno viene in mente Carver, forse è sulla strada giusta). Nella successione di queste storie si annida una malinconia, che nasce dalla sensazione che ciò che appare come tempo presente sia già memoria.  Insomma: l’effetto malinconico del “tempo che va”. Anche se non va da nessuna parte. Ma è un atto di amore nei confronti dell’umanità. E forse la storia dei luoghi dove l’umanità ha vissuto, ci aiuta a percepire pietosamente (ovvero con un sorriso affettuoso) il via vai delle nostre vite».

 

 

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